vita agli arresti di Aung San Suu Kyi
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raccontato da Maddalena Peluso
Luigi Ceccarelli
produzione
Teatro delle Albe - Ravenna Teatro
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione
E se in Pantani, la Montanari, in un vestito rosso vermiglio, era Tonina, combattiva e determinata madre vestale di Marco Pantani, qui entra corpo e spirito nel personaggio della leader birmana, fragile e d’acciaio allo stesso tempo, dotata di una mitezza quasi “scandalosa” , leggera e impalpabile, delicata ed ironica, sobria ed elegante. E ne offre un ritratto pieno di umanità e di spiritualità in uno spettacolo, diviso in 18 capitoli, che è anche ed esplicitamente un dialogo con Brecht.
In una scena onirica e a tratti animista, allo stesso tempo luogo di fantasmi e antro della storia, attorno alla magnetica presenza di Suu Kye, non potevano che alternarsi figurine grottesche e sproporzionate, tutte interpretate da Alice Protto, Massimiliano Rassu, Roberto Magnani e Fagio: i militari - sono scimmiette giapponesi (non vedo, non sento, non parlo) - i generali fantocci, la giornalista superficiale, i Moustache Brothers, comici ingabbiati per la propaganda antibirmana e i Nat, gli spiriti saggi del buddismo. E ancora un coro, a cui è affidato il compito di raccontare lo strazio della protagonista per non poter dare l’estremo addio al marito, vittima del cancro.
Ne esce un ritratto emozionante, capace di incantare il pubblico e condurlo con delicatezza nella casa prigione di Suu Kye da cui, senza mai alcuna violenza, riesce a comunicare con il mondo.
Alla fine dello spettacolo, si esce dalla sala più ricchi, consapevoli e con un’impellente necessità di confronto. E il pensiero, perché no, che, con quei fiori tra i capelli e lo uno sguardo che ti scruta l’anima, meriterebbe un Nobel anche la Montanari.
In una scena onirica e a tratti animista, allo stesso tempo luogo di fantasmi e antro della storia, attorno alla magnetica presenza di Suu Kye, non potevano che alternarsi figurine grottesche e sproporzionate, tutte interpretate da Alice Protto, Massimiliano Rassu, Roberto Magnani e Fagio: i militari - sono scimmiette giapponesi (non vedo, non sento, non parlo) - i generali fantocci, la giornalista superficiale, i Moustache Brothers, comici ingabbiati per la propaganda antibirmana e i Nat, gli spiriti saggi del buddismo. E ancora un coro, a cui è affidato il compito di raccontare lo strazio della protagonista per non poter dare l’estremo addio al marito, vittima del cancro.
Ne esce un ritratto emozionante, capace di incantare il pubblico e condurlo con delicatezza nella casa prigione di Suu Kye da cui, senza mai alcuna violenza, riesce a comunicare con il mondo.
Alla fine dello spettacolo, si esce dalla sala più ricchi, consapevoli e con un’impellente necessità di confronto. E il pensiero, perché no, che, con quei fiori tra i capelli e lo uno sguardo che ti scruta l’anima, meriterebbe un Nobel anche la Montanari.













